Verso la vetta del Gran Paradiso
Questo articolo non vuole essere una relazione indicante il percorso da seguire per arrivare in vetta al Gran Paradiso, ma solo condivisione delle mie emozioni interiori e degli accaduti, sentiti durante i due giorni di permanenza sula Gran Paradiso e durante la scalata. Da qui il titolo “Dalle stalle alle stelle, in vetta al Gran Paradiso”.

Partiamo proprio dall’inizio. Amante della natura e delle passeggiate, nonché degli animali, avevo da tempo in mente di tentare un 4000, ma effettivamente non l’avevo mai organizzato bene.
Le mie ricerche sono iniziate ben 6 mesi prima della partenza. Ho letto, su internet, svariati articoli tecnici e non, di molte persone che ci erano già state.
Ogni volta che leggevo qualcosa riguardante la salita sul Gran Paradiso, grandi scariche di adrenalina mi percorrevano completamente e l’eccitazione di farlo subito era sempre alta.

Ah giusto, vi domanderete ma perché il Gran Paradiso come primo 4000?
Semplicemente perché mi sono affidato a quello che dicevano gli altri e che lo consigliavano come prima vera montagna da affrontare, perché priva di elementi tecnici per raggiungere la vetta.

A fine anno scorso (2015) ho preso in mano seriamente la questione e dopo diverse ricerche e domande poste qua e là, ho deciso di contattare una guida alpina che mi accompagnasse in vetta.
Il preventivo mi ha subito lasciato un pochino di stucco, visti i costi, ma alla fine la vita è una sola e quindi spendiamoli sti soldi per fare quello che vogliamo fare!
La guida ovviamente mi ha detto che per risparmiare potevo condividere la salita con altri 3/4 compagni.
Certo trovarli sarebbe stato difficile ma non impossibile. Parto subito alla ricerca e chiedo ad amici e conoscenti. Per farla breve, all’inizio dovevamo salire in 3 più la guida, ma alla fine sono andato da solo. Poco male ho speso di più, ma ho goduto appieno ogni passaggio.

I primi di luglio, era la data scelta. Per settimane ho pregato e sperato che fosse bel tempo durante quei giorni e qualcuno lassù ha esaudito i miei desideri.

Finalmente si parte, con calma, una mattina da Milano, prendo l’auto e mi dirigo al parcheggio di Pont Valsavaranche in tutta tranquillità. Orario previsto di incontro con la guida (Stefano) tra le 13 e le 14.
La notte precedente l’ho passata abbastanza bene. Ero molto eccitato, ho dormito poco ma bene. Mi sono svegliato carico e a tratti un pochino intimorito per l’ignoto che mi attendeva.

Arrivo puntuale al parcheggio e attendo Stefano in macchina. Giornata splendida, molto calda ma ventosa. Il vento non era caldo ma sopportabile. Certo stare fermi in maniche corte fuori dall’auto non è da me quindi preferisco stare dentro con il finestrino un pò abbassato.
Dopo poco Stefano arriva e dopo una breve presentazione passiamo a rassegna quello che ho nel mio zaino Patagonia da 45/50 L.

Tiro fuori tutto e lui mi dice: “bene, ora eliminiamo qualcosa perché hai troppa roba, devi salire leggero”.
Via la calzamaglia, via la giacca a vento, via altre cose che ora non mi ricordo. Insomma alla fine il mio zaino conteneva, sovrapantaloni lunghi impermeabili, pantaloni lunghi decathlon di quelli che diventano pantaloni corti, una termica maniche lunghe, un antivento north face e 2 magliette maniche corte decathlon. Guanti, cappello e spazzolino (e mutande e calzini di riserva). Ah dimenticavo! Visto che mi piace fare foto mi ero portato 2 obiettivi con corpo macchina e l’immancabile gopro.

Si parte in direzione del rifugio Vittorio Emanuele II che sta a 2732 m. Lo zaino è abbastanza pesante (colpa degli obiettivi Canon, ma ho imparato la lezione per il futuro), ci incamminiamo per il sentiero, incontriamo molta gente, soprattutto stranieri.
Fa molto caldo, sudo da morire e in alcuni tratti mi sembra di essere un mulo che sta portando su un carro enorme. Nonostante tutto, saliamo a buon ritmo e per le 16 circa arriviamo al rifugio.
Lungo la strada speravo di incontrare diversi animali, motivo per cui mi ero portato il super zoom, ma a parte marmotte non ho visto nulla.

Appena arrivati al rifugio prendiamo la camera e sistemiamo in stanza le nostre cose. Parlo con Stefano e gli dico che avevo intenzione di scendere per un circa 100 metri e andare a fotografare da vicino le marmotte. Lui mi dice va bene, ma mi ricorda di non affaticarmi troppo e di non fare tardi. Ci diamo appuntamento per le 17.30 max.
Scendo, faccio diversi tornanti e arrivo nel punto in cui le avevo viste. Sono tante e si nascondo nelle tane ma con pazienza e un lento avvicinamento riesco ad ottenere diverse foto interessanti, ne pubblico un paio qua sotto.

Marmotta

Marmotta

Marmotta

Marmotta

Torno al rifugio e Stefano era su una bella roccia al sole che mi aspettava, un pò preoccupato. Effettivamente ero in ritardo di quasi 30 minuti. Ma con gli animali non si ha tempo, gli si concede tutto.

Metto via l’attrezzatura e mi rilasso per un’oretta circa.
La cena è servita presto e mi ritrovo a mangiare con Stefano ed un’altra guida e il suo cliente straniero. Ero l’unico italiano, a parte le guide, in tutto il rifugio!
Mangio bene e con un pelino di mal di testa, che però passa subito dopo cena.
Poco prima delle 21 decido di andare a sdraiarmi e a rilassarmi. In stanza ci sono 2 letti a castello, 3 letti per ogni fila. Scelgo quello più basso, rasente terra. Compro in rifugio il sacco lenzuolo.
Rimango in mutande e maglia termica, in stanza fa caldissimo, dormiremo tutta la notte con le finestre aperte.
Ovviamente non prendo sonno. Ero poco stanco e molto nervoso. Il mio pensiero correva sempre all’indomani. Diverse domande mi assalivano.
Sarà difficile la salita? Ci sarà tanto ghiaccio? Come sarà il ghiacciaio? Ce la farò fisicamente?
Ecco quella che più mi martellava in testa era: “ce la farò?”.

Sono le 3 suona la sveglia. Ho dormito pochissimo, muscolarmente mi sento pronto però. Per tutta la notte la persone sopra di me ha russato in maniera inconcepibile. Non ho mai sentito russare così forte.
Non avevo i tappi. Bisogna sempre portarsi i tappi nei rifugi, altra lezione imparata.

Prendo di corsa tutte le mie cose ed esco dalla stanza. Mi preparo insieme alla mia guida, in corridoio. Non eravamo gli unici a farlo, la situazione faceva un pò ridere.
Scendiamo a fare colazione. Tè e fette biscottate con marmellata di arancia. Mamma mia quanto era amara. C’era solo quella però. Me la mangio.

Mangiamo veloci, controlliamo le ultime cose e mi metto l’imbragatura e via fuori dal rifugio.
La notte era ancora lì, le stelle luminose e l’unica lucetta visibile era quella del rifugio.

Stefano accende la sua luce, giriamo dietro al rifugio, prendiamo il sentiero e su per la morena. Ammetterò che avevo dimenticato la luce frontale a casa e quindi ho fatto la prima ora appiccicato a Stefano imitando i suoi passi.
Il vento sta in silenzio, è calmo. Poggiamo i piedi sulla neve.
Mentre salivamo vedevo piccole lucette nel buio più totale. Erano le persone prima di noi, circa una dozzina così ad occhio. Scena molto suggestiva.
Stefano mi dice di sfruttare il sentiero creato nella neve dagli altri e non mettiamo ancora i ramponi.
La salita tira fin da subito, abbiamo un ottimo passo, recuperiamo tante persone, ancora nessuno è in cordata.
Il vento inizia a diventare forte, ed è freddo.
Albeggia e siamo già a buon punto. Il cielo si colora di un rosso / rosa che lascia imbambolati. Dietro le montagne spicca ancora di più grazie alla visibilità e al contrasto con la neve.
Avrei voluto tirare fuori la Canon dallo zaino ma iniziai a stare male. Saliamo ancora qualche metro, la pendenza è elevatissima. Mi guardo dietro e quasi mi spavento nel vedere le altre persone, in lontananza, percorrere questa lingua di neve molto molto inclinata.
Mettiamo i ramponi e corda.
La salita prosegue e accuso un grosso senso di nausea. All’inizio non dico nulla ma poi non ce la faccio più.
Stefano dico: “mi viene da vomitare”.
All’inizio non risponde, glielo ripeto, mi dice: “forza andiamo avanti ancora un pochino”.
Si, andiamo avanti.
Saliamo ancora, la nausea va e viene. Non sono ancora riuscito a capire se era dovuta alla colazione che ho mandato giù davvero a fatica oppure era causata dall’altitudine.

Ad un certo punto mi prende un forte attacco di nausea e glielo dico. Lui mi risponde: “forza Davide, arriviamo a quella curva e bevi un pò di tè caldo e mangi un biscotto”.

Mi sforzo e ci arrivo. La testa iniziava a perdere colpi. In me cresceva il dubbio della riuscita. Glielo espongo.
Stefano, dico: “non so se ce la faccio ad arrivare in cima, ho nausea e freddo”.
Mi guarda e mi risponde: “per il freddo metti l’antivento, per la nausea bevi un po’ di tè e mangia un biscotto e vedrai che ti passa”.

Faccio quello che dice e la situazione migliora. Continuiamo a camminare, la pendenza è sempre quella. Si tratta di avere un passo lento ma efficace.
Passettino dopo passettino saliamo sempre più su. La mia volontà cambia, a tratti l’adrenalina scorre veloce e mi aiuta enormemente. Devo arrivare in vetta!

Intorno a noi un paesaggio stupendo. Le cime innevate sono le protagoniste, le nuvole sono il contorno. In lontananza il Monte Bianco spicca con tutta la sua bellezza. La sua vetta è completamente circondata da nuvole scure. Rabbrividisco.

Vedo la mia vetta!!!!!!!! Sono esaltato. E’ lontanissima. Ora non si può più tornare indietro. Il fisico sta bene, lavoro completamente sulla testa. Inizio a pensare a quando sarò lassù, quello che vedrò, la soddisfazione del raggiungimento dell’obbiettivo.

Il vento non si placa, più sali e più aumenta. La mia antivento north face regge da Dio. Benedico il ragazzo allo store che mi ha fatto spendere tutti quei soldi per acquistarla.
Ormai ci siamo, ci fermiamo per bere e mangiare proprio sotto la vetta, dove si fermano tutti.
La sosta dura 2 minuti in croce, si congela subito.

Si riparte, è l’ultimo tratto, l’attacco alla vetta. Ormai l’elevatissima pendenza e l’effetto che ti fa quando guardi giù non mi scalfiscono più. Ci superano 2 cordate composte da 3 persone ciascuna. Avevano un ritmo impressionante.
Io invece con il mio passo tartaruga salgo lento ma ben saldo.
Alle 8 circa siamo in vetta!!!!!!!!!
C’è il sole, le nuvole si avvicinano, vengo invaso da una calma devastante.
Ragazzi che panorama. Ti senti davvero al settimo cielo. Sei in alto, molto in alto. Le nuvole sono sotto, gli altri monti sono sotto, le persone sono sotto.
Alzi una mano e sfiori il cielo.
La felicità è alle stelle e come un bambino poggio lo zaino a terra e con Stefano ci facciamo i dovuti selfie, nel tratto roccioso prima della Madonnina.

Stiamo su un 10 minuti per le foto e per ammirare il panorama. Poi riprendiamo le nostre cose e giù per la discesa.
Non facciamo in tempo a scendere dalla vetta che le nuvole che vedevo in lontananza ci hanno raggiunti. Sopra di noi il nulla, ma ormai io dovevo solo scendere.
La discesa è molto stancante ma piacevole. Ti crogioli del tuo successo, ammiri con più tranquillità cosa hai intorno, sei in pace con il mondo.