Anche quest’anno ho preso accordi col mitico Stefano, guida alpina, per farmi accompagnare su un vetta delle Alpi più alta di 4000 metri.
L’idea iniziale era quella di fare Castore e Polluce in un paio di giorni, giusto per rendere più interessante l’uscita, tuttavia poco prima di partire le condizioni climatiche non erano ottimali.

Di comune accordo, abbiamo rinunciato al Polluce a causa di brutti crepacci e abbiamo optato soltanto per il Castore.
Un po’ dispiaciuto per il Polluce, l’idea di toccare la vetta del Castore mi trasmetteva molta carica.
A dirla tutta ero anche un po’ preoccupato in quanto non mi sentivo pronto fisicamente (pensavo di essermi allenato poco), e qualche lontano pensiero che mi riconduceva ai miei malesseri sul Gran Paradiso non mi rendeva tranquillo.

Il giorno della partenza invece stavo bene. Appuntamento con Stefano al parcheggio del Monte Rosa Ski verso l’orario di pranzo.

Il primo tratto di salita l’abbiamo percorso con gli impianti e comodamente seduti siamo arrivati fino alla fine, godendoci un bel panorama.
Scesi dagli impianti mi sistemo la macchina fotografica sul petto e partiamo.
Il primo lungo tratto roccioso è abbastanza faticoso e molto noioso. Si sale e si gira, si sale e si gira ancora. Facile, è un trekking. Nel frattempo un bel temporale in lontananza riecheggia.
Per fortuna non viene verso di noi e va altrove.

Arriviamo quasi a quota 3300 metri, se non ricordo male, e inizia il sentiero attrezzato. Il primo tratto è semplice ma bisogna stare attenti, il secondo tratto già cambia faccia e si sale molto rapidamente e in diversi tratti è decisamente esposto.

Verso le 17 circa arriviamo al Rifugio Quintino Sella al Felik e con tutta tranquillità ci sistemiamo, mangiamo e dopo una bella tazza di thé caldo andiamo a letto.
La sveglia è per le 4.30.

A letto non dormo. Sarà perché sono a 3600 metri? Oppure troppa adrenalina per il giorno dopo? Chissà… sta di fatto che vi assicuro che non ho mai chiuso occhio.

Finalmente arriva l’ora fatidica, mi alzo velocemente, facciamo colazione e via a prepararsi fuori al rifugio maledicendo il vento freddo che ti congela le mani mentre metti i ramponi.
Ma stavolta sono molto più attrezzato rispetto all’anno scorso. Tra le altre cose, ho acquistato un paio di bellissimi guanti da alpinismo della Ortovox che mi hanno permesso di scattare foto senza problemi a qualsiasi quota!

Siamo la prima cordata che parte dal rifugio. Già albeggia e si vede perfettamente la strada da seguire.
Il ghiaccio scricchiola sotto ai miei ramponi e a volte il piede va a fondo perché non è abbastanza duro.

Il primo tratto va benissimo, il fiato c’è, il fisico non ha problemi e le gambe vanno alla grande.
Arriviamo fino ai 3800 potrei dire e ci fermiamo sotto il colle Felik per bere un po’ di thé caldo. Stavolta me l’hanno preparato benissimo, sarà thé al limone? Chissà, ma è davvero dolce e buono.

Si riparte e iniziamo la vera salita. Il colle si dimostra ripido e faticoso ma ci ripara dal vento. Avrei voluto scattare qualche foto ma Stefano ha insistito sul non fermarsi là. Effettivamente era molto ripido e ci si passava uno alla volta, meglio farle dopo :)

Arrivati in cima al colle, i 3/4 del cammino per me erano andati. Già vedevo la cresta del Castore, bianca e stupendamente liscia.
Il sole accompagna la nostra salita e ci scalda mentre un insistente vento ci rema contro. Bacia una faccia del Castore e lascia l’altra al buio.

Un piccolo passo dopo l’altro, con cadenza e in assoluto silenzio, ci porta sulla cresta.

Ci siamo, ormai siamo sopra i 4000 metri, lo spettacolo davanti a me è entusiasmante. Meno di un metro di larghezza su cui camminare, un cielo dipinto e una cresta indimenticabile.
Uso la piccozza sempre a monte e mi aiuto col bastone da trekking dall’altra parte per comodità. La Canon è a tracolla e subisce tutta la forza del vento e del freddo. Non ne risente, è pronta a scattare!

Ci fermiamo più volte in diversi punti della cresta per fare foto. Infine arriviamo sulla punta del Castore. 4228 metri di pura bellezza.
Rispetto alla salita del Gran Paradiso, mi godo meglio tutto quello che ho attorno.
Una unica identica sensazione, come l’anno precedente, mi coglie in quell’istante.

Tranquillità, serenità. Qua sopra si sta da Dio.

Dopo aver sognato ad occhi aperti per alcuni minuti riprendiamo il cammino al contrario. Noto diversi crepacci molto evidenti sotto le creste e questo non mi piace affatto.

Stiamo distruggendo questo paradiso terrestre.

In più punti sono costretto a farmi da parte praticamente coi piedi fuori traccia per far passare le altre cordate che salivano. Non sembra, ma quando metti i piedi fuori traccia con una bella pendenza e sei a 4000 e rotti metri qualche pensiero ti viene.
Loro passano e noi pure, ma al contrario.
Scendiamo il ripido colle e via di nuovo al rifugio. Dopo un riposo di un 15 minuti ed un veloce cambio di vestiario si riparte.

Scendere sulla roccia vedendo strapiombi proprio sotto di me, non mi piace, ma mi tocca e quindi con calma e pazienza scendo.
Tutto il resto è normale attività.
Durante la discesa un simpaticissimo stambecco si fa scattare si mette in posa per un paio di foto.

Alcune immagini di questa avventura le trovate in alto in questo articolo, altre le trovate in questo mio progetto.